Reportage Ai “confini” del mondo

Non è solo uno dei più bei libri mai scritti sul Sahara.

L'autore è Mano Dayak, grande capo e grande guida del popolo Tuareg. Ma è la storia della mia vita. Mia mamma in dolce attesa riuscì a guardare 3 volte in 9 mesi il film Lawrence d'Arabia. Voi mi direte che non si tratta di Sahara ed avete ragione, ma sempre di sabbia si tratta. Quando da piccoli tutti giocavano ai cawboys ed agli indiani io ero il condottiero che con il suo cammello e la scimitarra vagava tra le sabbie arabe. Avevo avuto in regalo per un Natale di tanti anni fa il Pippo della Lines, che i meno giovani dei nostri lettori sicuramente ricorderanno, ebbene pezza di lenzuolo bianco legato in testa e via tra il Deserto di Nafud e Akaba, mai pensato alle praterie americane. E quando arrivarono le prime macchine a pedali, ricordo che tutti, tra i più fortunati, avevano la simil Ferrari, mentre io l'unico con un fuoristrada verde che cercavo sterrati ai giardini o nel cortile sottocasa. Tra una scorribanda a Wadi Rum ed una nel deserto siriano, da buon bambino curioso, scoprii nell'album di famiglia le foto di mamma. immortalata con le famose scarpe con suola di corda sul Ghiaccio del Miage ed in quello della Brenva. Fu così che quando cominciai a praticare trekking ed alpinismo dopo aver già praticato sci alpino e sci nordico capii che oltre alla sabbia, mia mamma doveva avermi già trasmesso anche un po' di fiocchi di neve e cristalli di ghiaccio nei globuli già intasati dalla sabbia. C'è un vecchio detto nel Sahara, che recita più o meno così. Ci siamo conosciuto solo ora, ma sicuramente le nostre tracce si sono incrociate più volte.

Tuareg

E non parlo solo di tracce di pneumatici. Tipiche sono quelle delle guide tuareg, che usano le stradali anteriori chiamate le Zig Zag e quelle da sabbia posteriormente, e quindi riconoscibilissime dalle tracce dei viaggiatori. Parlo anche delle tracce che lasciano i dromedari, chiamati Chameaux, ovvero Cammelli in tutto il Sahara. Basta fare un trekking con queste creature perfette per la vita nel deserto per rendersi conto cosa voglia dire seguire una traccia. Ogni zampa ha delle particolari venature, e la mattina quando bisogna cercarli per radunati e caricarli e ripartire è un ardua impresa seguirne le tracce e riportarli al bivacco. Nonostante le zampe anteriori legate, se per caso il loro incredibile olfatto gli ha fatto odorare acqua o pascolo, si percorrono km mattutini, in perfetto risveglio muscolare, ed è incredibile come tra centinaia di tracce ogni guida individua le sue bestie. Ma lo stesso accade tra le nostre montagne. Quando trovavo in qualche sosta, su roccia o ghiaccio cordini di rinforzo color fucsia o verde acido sapevo già che era passato il mitico Pippotto. Una storia che ha dell'incredibile che ho vissuto tanti anni fa tra Algeria e Rocca Sbarua e stata la seguente :c'è un montagna chiamata la Roccia dell'Elefante, la cui proboscide adagiata a terra è il primo tiro facile in cui si cammina prima di iniziare i veri turi di placca successivi. Ebbene trovai un moschettone a ghiera vecchio e dalla forma strana. Da quel giorno lo portai sempre con me attaccato all'imbrago. Fino al giorno in cui a Rocca Sbarua un alpinista francese, si avvicinò a me in procinto di partire per una via e mi chiese proprio se ero stato a scalare sull'Elefante, ovviamente capii, ci abbracciamo come due vecchi amici ed il moschettone fa ancora bella mostra di sé sul mio imbrago.

Fabrizio Rovella

Rivista "l'Escursionista"

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